Vita di San Francesco d’Assisi (Legenda Maior)

San Bonaventura da BagnoregioVita di San Francesco d’Assisi

La biografia del Santo di Assisi, scritta nel 1260 da San Bonaventura da Bagnoregio su commissione dell’Ordine dei Frati Minori e approvata nel 1263 dal capitolo generale  di Pisa, costituisce la principale fonte di informazioni sulla vita del Poverello di Assisi, redatta anche grazie alle testimonianze di chi ha conosciuto direttamente San Francesco durante il suo periodo di predicazione.

La trama, in breve

Vita, opere, morte e miracoli di San Francesco d’Assisi, nato Giovanni di Pietro di Bernardone (1181 – 1226), scritta dal suo settimo successore a Ministro dell’Ordine e ritenuto un secondo padre dei Poverelli che prendono il nome dalla città dove nacque il Santo, la Vita di San Francesco d’Assisi (detta anche Legenda Maior per distinguerla dalla Legenda Minor, un compendio liturgico) è il racconto dell’opera evangelica del Giullare di Dio -citando il titolo di un film di Roberto Rossellini del 1950- basandosi su racconti orali raccolti da San Bonaventura da chi ha conosciuto direttamente il Santo: i primi frati dell’Ordine, le persone del popolo e anche diversi esponenti della Chiesa.

La biografia rielabora, amplia e ogni tanto condensa i fatti narrati anche da Tommaso da Celano, il quale fu incaricato per primo da Papa Gregorio IX di redigere una Vita del Santo, ma che risultò poi insoddisfacente agli occhi dei frati e sostituita dal libro di San Bonaventura.

Il mio parere personale

Parto subito dicendo che non ho acquistato il libro per una particolare devozione nei confronti di San Francesco ma semplicemente per curiosità e voglia di conoscere la storia di questo Santo tanto particolare. Ho pensato fosse bene affidarsi, in prima battuta, al testo che costituisce il fondamento della storia biografica di quest’uomo e che ha ispirato anche il ciclo di affreschi di Giotto presenti all’interno della Basilica di Assisi.

Tradotto dal latino senza perdere la fluidità che fin dall’inizio lo ha contraddistinto, il libro racconta, diviso in tre macro-aree (la vita, i miracoli post mortem e i miracoli operati in vita), la nascita del culto di San Francesco che, fin da subito, si è dimostrata essere molto forte e sempre in crescendo, in Umbria ma anche in tutta la penisola e all’estero. Gli episodi narrati seguono passo passo il passaggio da Giovanni di Pietro di Bernardone a San Francesco, dalle scorribande giovanili, l’abbandono della casa paterna, fino al ritiro spirituale e la fondazione dell’Ordine, la cui vita è scandita dall’omonima regola approvata nel 1223 da Papa Onorio III con la bolla Solet Annuere.

Di particolare rilevanza è, a mio avviso, la prima parte, nella quale San Bonaventura racconta la particolare vocazione del giovane di Assisi a cui ha fatto seguito la fondazione dell’Ordine e il suo particolare “nuovo modo” di approcciarsi alla vita e a tutto ciò che lo circonda, dalla natura ai suoi nuovi fratelli, seguendo e realizzando l’ideale di povertà che avrebbero da lì esportato oltre i confini umbri.

In questo libro vi si narrano i miracoli, le conversioni, le “missioni” all’estero, gli incontri fatti dal Santo durante il corso della sua vita, le stimmate, fino a giungere alla morte, accolta da Francesco come una benedizione. 

Non vi nascondo il mio scetticismo nel leggerlo, forse per la mia naturale propensione ad essere piuttosto realista su certe cose. Durante la lettura non sono mancati i momenti in cui mi interrogassi sul significato di certe azioni compiute da San Francesco, sul reale motivo per cui quest’uomo avesse abbandonato tutto, rinnegando la sua vita e la sua famiglia, per seguire una vita fatta di stenti e privazioni. Quindi la domanda che mi sono posto più spesso è stata: Perchè?

L’idea che parlasse con le creature del Creato, che ammaestrasse le rondini, i grilli e i lupi ci restituisce un’immagine molto romantica dell’uomo che entra in contatto con la natura, diventandone parte integrante, e credo anche che questi avvenimenti, che hanno dello straordinario, fossero piuttosto credibili all’epoca dei racconti.. ma ai giorni nostri?

Avrete capito che, pur non essendo un ateo, molto spesso mi pongo delle domande alle quali non è possibile trovare risposta, specialmente per quanto riguarda la Teologia e l’insegnamento della Chiesa. Reputo, in ogni caso, che San Francesco abbia avuto una vita straordinaria, e leggere questo libro mi ha di certo aiutato ad indagare anche i miei “limiti” riguardo all’argomento. Dal punto di vista della lettura è molto scorrevole, senza tecnicismi e senza continuamente ricorrere alla “missione per conto di Dio” alla quale Francesco sembrava chiamato. E’ un testo utile anche per capire gli affreschi della Basilica superiore di Assisi, dipinti da Giotto, il quale si è basato su questo testo per la loro realizzazione.

E voi cosa ne pensate? Che rapporto avete con il tema della Santità trattato da molti libri? 

Aspetto un vostro commento! 🙂

Dickens – L’uomo che inventò il Natale

Natale si avvicina e cosa c’è di meglio di un film a tema, soprattutto se dedicato a quello che è il classico della letteratura natalizia inglese?

La trama, in breve

Dopo il tour Trionfale che l’ha portato in America, Charles Dickens (Dan Stevens) torna a Londra dove ad attenderlo trova i debiti e una delle più grandi paure degli scrittori: il blocco creativo. La sua numerosa famiglia è in attesa di un nuovo elemento e lo scrittore di Oliver Twist è a caccia di denaro ma, soprattutto, di una nuova storia da raccontare, nonostante la delusione derivante dai flop dei suoi ultimi lavori. Grazie ai racconti della nuova domestica irlandese, Dickens trova quello che sta cercando: un racconto ambientato il giorno della vigilia di Natale. Convinto della bontà della propria idea, lo scrittore decide di raccogliere “in proprio” i soldi necessari alla pubblicazione e all’illustrazione del libro e, in sei settimane, riesce a scrivere quello che diverrà universalmente noto come Il canto di Natale.

Fonte: Wikipedia

Il mio parere personale

Un film che non è la solita riedizione del classico di Dickens ma un racconto sulle settimane di gestazione del libro, sulle difficoltà di uno scrittore in crisi di ispirazione che ha diversi conti in sospeso con il suo passato, al quale attinge a piene mani per popolare il suo racconto. 

Dickens – L’uomo che inventò il Natale, diretto da Bharat Nalluri, si propone di fare quello che finora, al Cinema, non si era ancora visto, ovvero raccontare l’essenza di un capolavoro letterario mostrando l’impegno, la fatica e gli ostacoli che uno scrittore, seppur famoso come Charles Dickens, ha dovuto affrontare per portare fino in fondo la sua creatura nell’Inghilterra del 1843. E lo fa con successo.

Accompagnato costantemente dai suoi personaggi (Ebeneezer Scrooge in prima linea, ma anche il signor Fezziwig con la moglie, il piccolo Tim Cratchit), lo scrittore vaga per una Londra novembrina traendo ispirazione da quello che lo circonda, con uno sguardo rivolto soprattutto alla povertà delle classi sociali più deboli dalle quali lui stesso proveniva: rimasto solo dopo l’arresto del padre e della madre, viene costretto a lavorare in una fabbrica di lucido per scarpe, esperienza che lo segnerà profondamente per tutta la vita. E spesso i genitori fanno capolino nella storia, mettendolo duramente a confronto con quel passato mai sepolto del tutto. 

Il film può anche essere visto come uno sguardo rubato sul lavoro dello scrittore. Esemplare è la frase pronunciata da Dickens quando, ormai preda dell’ispirazione, deve portare a compimento il finale del libro:

I personaggi non fanno ciò che voglio! Sono io l’autore!

Charles Dickens

I personaggi, infatti, sono spesso vicino a lui, dialogano e hanno vita propria e autonoma dal volere dell’autore. Su tutti spicca il personaggio di Ebeneezer Scrooge, interpretato da Cristopher Plummer, arcigno e spietato rappresentante di quella classe benestante che per secoli ha vissuto sulle disgrazie dei meno fortunati, che si pone totalmente agli antipodi rispetto a John Dickens, padre di Charles e interpretato da Jonathan Pryce, al quale il figlio non perdona l’aver rovinato la sua infanzia.

Fonte: Movieplayer

Ben girato e ben interpretato, qua e là mi è sembrato soffrisse un po’, soprattutto dal punto di vista della sceneggiatura, nel continuo alternarsi tra passato e presente dell’autore inglese, nonostante la necessità di mostrare l’infanzia del giovane Charles sia dovuta ad una miglior comprensione di come Il canto di Natale attinga a piene mani dalla storia umana del suo creatore.

Forse non diventerà un classico natalizio come molti altri film sul tema, ma rimane certo un’opera interessante per tutti gli amanti di Charles Dickens e, nemmeno a dirlo, del Natale.

E voi, siete amanti del Natale?

La Firenze segreta di Dante

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Due cose sono innegabili: la prima, che amo davvero Firenze, una delle città d’Italia che preferisco e che adoro in ogni suo aspetto; la seconda è che Dante esercita su di me un fascino non indifferente.

Ho comprato questo libro presso la libreria Feltrinelli RED in piazza della Repubblica, proprio nella città del Sommo Poeta, nel novembre scorso e l’ho praticamente divorato.

Ma andiamo con ordine.

La trama, in breve

Non proprio una trama, come nei romanzi, ma un percorso, un cammino per le strade della Città del Giglio seguendo le lapidi collocate sui muri in diversi angoli delle strade e che riportano i versi della Divina Commedia. Sono 34 in tutto, di cui 9 fanno riferimento a terzine contenute nell’Inferno, 5  a quelle del Purgatorio e 20 a quelle del Paradiso.

Posizionate nel 1900 su indicazione di alcuni illustri dantisti dell’epoca, le lapidi consentono di riferire le terzine a luoghi reali nei quali il Poeta (che con la sua città natale ha sempre avuto un rapporto conflittuale) ha vissuto prima dell’esilio.

Con l’ausilio degli scritti dei biografi di Dante (Boccaccio in primis), Dario Pisano ci accompagna per le vie della città alla scoperta di angoli anche non frequentati dal turismo di massa ma che racchiudono nei loro angoli la storia di quello che è stato il maggiore Poeta italiano ed il cittadino più illustre (riconosciuto però a posteriori) del meraviglioso capoluogo toscano.

Il mio parere personale

Il libro di Dario Pisano è un racconto, una guida sulla vita di Dante rapportata alla sua città natale. Basandosi sulle opere del Poeta ma anche sugli scritti di biografi successivi, ricostruisce il percorso (reso esaustivo ed essenziale da questo articolo di Firenzetoday.it) che si snoda tra le vie della Firenze storica, illustrando allo stesso tempo il significato delle terzine riportate sulle lapidi collocate lungo i muri dei palazzi.

Basandosi su queste, Pisano ricostruisce il contesto storico della città (e dell’Italia medioevale), tenendo conto del ruolo che Dante stesso svolge all’interno della comunità fiorentina nei tempi che precedono sia la sua elezione a Priore di Firenze ma soprattutto l’esilio forzato che lo vedrà poi morire a Ravenna. Utilizzando un linguaggio semplice e comprensibile, l’autore ripercorre le tappe di quella che è stata la vita pubblica dell’Uomo Alighieri, prima ancora che del Poeta Dante, oltre che raccontando aneddoti sulla città e sui luoghi nei quali le lapidi sono collocate.

Vale la pena di leggerlo per conoscere sia la meravigliosa città di Firenze sia per scoprire aspetti meno noti della vita di Dante, al quale la Città del Giglio è indissolubilmente legata.

L’unico aspetto ostico ma doverosamente necessario, a mio avviso, è costituito dalle parti tratte dal Trattatello in laude di Dante di Giovanni Boccaccio. Scritto in volgare tra il 1357 e il 1361, alcuni passi vengono riportati nel libro pari pari, senza adattamenti linguistici all’italiano contemporaneo. Essendo la fonte di informazioni più vicina all’epoca in cui Dante ha vissuto (le notizie biografiche su Dante, il certaldese le acquisisce da persone che hanno conosciuto il Poeta in prima persona, tra le quali c’è il figlio Jacopo Alighieri) è, sotto certi aspetti, la più attendibile, anche se la devozione che Boccaccio prova per Dante lo porta a rivestirlo di un’aurea leggendaria che poco ha di storico.

La Firenze segreta di Dante di Dario Pisano rimane comunque un bel libro che ho adorato. Fornisce spunti per future visite alla città, lontano da quelli che sono i soliti obiettivi dei turisti che la visitano per la prima volta. Una guida sulle orme di Dante, uno spaccato sulla sua vita e su quella della Firenze medioevale che non mancherà di rivelare angoli nascosti e semisconosciuti che lasceranno sorpresi.

Ladyhawke

Dopo un Ferragosto in cui mi sono dedicato a guardare qualche film, eccomi a raccontarvi di questa pellicola del 1985 (annata straordinaria per tutti quelli della mia età!).

La trama, in breve

Francia, XIII secolo. Philippe Gaston (Matthew Broderick), soprannominato “il topo”, riesce ad evadere dalle prigioni del castello del Vescovo di Aguillon (John Wood) ma non passa molto tempo che i cavalieri del signore lo ritrovano per riportarlo in città ed impiccarlo. In suo aiuto interviene Etienne Navarre (Rutger Hauer), un cavaliere che viaggia in sella ad uno stallone nero e che ha un falco come compagno di viaggio. Durante la fuga dai cavalieri, Navarre carica il ragazzo sul cavallo e fuggono: lo stesso Navarre, ex capitano del corpo di guardia della città di Aguillon, è ricercato dal Vescovo. Insieme, i due si rifugiano nei boschi circostanti, sempre con il falco al seguito. Di notte, Navarre sparisce e compare una bellissima ragazza: Isabeau d’Anjou (Michelle Pfeiffer). Col passare dei giorni Philippe scopre che Navarre e Isabeau sono innamorati e che una terribile maledizione lanciata dal Vescovo di Aguillon li tiene separati: lui di notte si trasforma in un lupo mentre lei di giorno in un falco.

Sempre insieme, eternamente divisi. Finché il sole sorgerà e tramonterà. Finché ci saranno il giorno e la notte.

-Philippe Gaston-

Il mio parere personale

Uno dei miei “film della vita”.

Anzitutto è dell’85, quindi abbiamo la stessa età. Inoltre è una di quelle storie che potrebbero davvero derivare dalle novelle medievali (o di poco successive) che, tramandandosi nel tempo, diventano leggende. L’amore cercato e contrastato in una maniera che pare senza soluzione, è forse uno dei punti di forza di questo film, unito al personaggio di Navarre che, personalmente, ho sempre adorato. Credo sia uno dei personaggi più buoni e nobili che siano stati scritti per il Cinema: integerrimo, follemente innamorato e capace di perdonare (vedi con il frate Imperius, colpevole di averlo tradito).

Rutger Hauer è Etienne Navarre

Rutger Hauer è Etienne Navarre

Bellissima come non mai l’Isabeau d’Anjou interpretata da Michelle Pfeiffer, eterea e dagli occhi grandi, dolce e delicata nei gesti e nelle parole, che si affida alle cure di Philippe, il quale fa da portavoce tra i due innamorati, arricchendo qua e là di dettagli i momenti passati con l’uno o l’altra. La rappresentazione che ne da il film ricorda molto il modello della Donna Angelicata cara agli Stilnovisti di Dante e mi piace pensare che la cosa sia voluta, essendo il film ambientato nello stesso periodo storico.

Michelle Pfeiffer è Isabeau d'Anjou

Michelle Pfeiffer è Isabeau d’Anjou

Non ultimo, il personaggio di Philippe Gaston detto “il topo” per la sua abilità a svignarsela dalle situazioni più difficili, carcere compreso. Sarebbe dovuto essere il ruolo consacratorio per Matthew Broderick, reduce dal successo di Wargames, ma nonostante l’ottimo successo del film e due candidature agli Oscar (per il Miglior sonoro e Miglior montaggio sonoro) la sua carriera stenterà a decollare. Dal punto di vista  della sceneggiatura, però, ci si accorge che il protagonista di questo film in realtà è proprio Philippe, in quanto il personaggio cambia con l’evolversi della storia: da bugiardo egoista che pensa solo a scappare e a mettersi in salvo a messaggero sincero d’amore che partecipa al tormento dei due amanti, rischiando la propria vita per aiutarli.

Matthew Broderick è Philippe Gaston

Matthew Broderick è Philippe Gaston

Nonostante risenta un po’ della recitazione (e della regia) tipica degli anni Ottanta, il film di Richard Donner (la quadrilogia di Arma Letale, I Goonies, Superman, per citarne alcuni della sua filmografia) rimane uno dei migliori del regista e uno dei più emozionanti sfornati da quel decennio, complice anche l’ambientazione totalmente italiana della storia. Infatti, nella versione originale, la storia è ambientata in Italia, nei dintorni de L’Aquila (che è diventata per l’occasione Aguillon), ma in fase di doppiaggio si decise di dargli un’ambientazione francese, il che non influisce sulla bellezza del film.

I borghi medievali e i castelli che fanno da sfondo al film sono: Castell’Arquato (in provincia di Piacenza), Torrechiara (Parma), Vernasca (frazione di Vigoleno, Piacenza), Rocca Calascio e Castel Del Monte (in provincia de L’Aquila), mentre la chiesa nella quale si svolge il finale è quella di San Pietro a Tuscania, ricostruita però a Cinecittà.

Per concludere, un borgo non lontano da me: Soncino, in provincia di Cremona. Il castello sforzesco, utilizzato diverse volte per il cinema e la televisione, in questo caso è l’ingresso della città di Aguillon.

Soncino

Il castello di Soncino – Fonte: TripAdvisor

LadyHawke è un film che è invecchiato bene, mantenendo il suo fascino e la sua carica emotiva, godibile e romantico ma non sdolcinato, con una magnifica scena finale.

Se non l’avete ancora visto fatelo, ve lo consiglio col cuore! E poi, ditemi cosa ne pensate…

 

Il Ladro di Corpi

La copertina del libro

La ragione mi disse che era troppo presto per pensare a qualsiasi raggiro. Inoltre, non avevo mai nutrito grande interesse per la vendetta. La vendetta è la preoccupazione di coloro che a un certo punto si ritrovano sconfitti. E io non sono sconfitto. Per niente. La vittoria è molto più interessante da contemplare della vendetta.

Anne Rice – Il Ladro di Corpi

Quando si parla del ciclo di romanzi de Le cronache dei Vampiri scritti da Anne Rice, si parla in verità di uno solo di loro: Lestat de Lioncourt.

Protagonista assoluto di questo quarto romanzo della serie, narra in prima persona tutto ciò che accade, dall’incontro con il Ladro di Corpi Raglan James fino all’inaspettato epilogo.

La trama, in breve

È la solitudine la «maledizione» che si è impadronita di Lestat, bello, malinconico e crudele principe del cupo universo dei vampiri. Sulla dolorosa onda di quella solitudine, Lestat ha accarezzato un bruciante desiderio: rinascere come mortale, liberarsi della sua condizione di non morto e tornare a essere vivo… C’è qualcuno che può soddisfare quel desiderio: l’ammaliante Raglan James, il Ladro di Corpi, che da tempo insegue Lestat e che, a sua volta, ambisce a diventare vampiro. A nulla varrà l’avvertimento di David Talbot, l’unico amico «umano» di Lestat, e di altre creature della notte. Il patto sarà stipulato e avrà conseguenze oscure e maligne…

Dalla quarta di copertina

Il mio parere personale

Presente in ogni libro del ciclo iniziato nel 1976 con Intervista col Vampiro, Lestat è il Principe delle Tenebre che si muove attraverso i secoli e lungo i dodici romanzi della serie, seminando morte e prosciugando il sangue delle sue vittime, non senza rancori e rimorsi.

In questo capitolo si trova ad aver a che fare con Raglan James, il Ladro di Corpi, che lo convince ad effettuare uno scambio: un corpo umano il suo corpo di vampiro. Ovviamente Lestat non se lo fa ripetere due volte e accetta, ma non tutto va come vorrebbe e come si aspetta che andasse. James non è uno stinco di santo e lui si trova intrappolato in un corpo che non ha i poteri di vampiro a cui è abituato e presenta tutti gli impedimenti che un corpo umano può avere e che ha dimenticato (Lestat infatti è un vampiro da circa duecento anni!).

Contrariamente al Dracula di Bram Stoker, i vampiri di Anne Rice vivono la loro condizione di non-morti come una dannazione, pieni di crucci che li rendono più umani di certi uomini. Lestat, nonostante tenti più volte di nasconderlo e di apparire più malvagio di quanto in realtà non sia, non è diverso dagli altri e il suo precipitoso accettare lo scambio di corpi è sintomo del desiderio bruciante di tornare umano.

Dolente da vampiro e da umano, spesso assalito dai dubbi sulla bontà delle proprie azioni, Lestat si muove lungo le 479 pagine dell’edizione TEA – Longanesi del romanzo alla ricerca di una risposta alla domanda che prima di lui aveva tormentato il suo compagno Louis de Pointe du Lac: ho meritato di essere quello che sono?

Un romanzo che scorre bene, anche nelle discussioni teologiche su Dio e Satana (poche, in verità), che ammalia, incuriosisce e in alcuni punti fa riflettere sul senso di quelli che sono per noi i gesti quotidiani che non ci accorgiamo nemmeno di compiere, oltre che sulle relazioni tra le persone che spesso vengono date per scontate e che non sono prive di delusioni cocenti.

Nel suo imparare ad essere (ancora) umano, Lestat sbaglia, cade e si rialza ogni volta più forte di prima, animato dalla consapevolezza che la sua natura ormai è quella di essere un figlio della notte che non ha più nulla a che vedere con la luce del giorno: lo scambio è per lui decisivo per renderlo consapevole di questa situazione. Al suo fianco c’è lo studioso David Talbot, l’unico amico umano che Lestat si è fatto nel corso degli anni.

Leggendo il libro ci si accorge di quanto amore abbia Anne Rice per i vampiri che ha creato, quanto li capisca e quanta compassione provi per loro, costretti a vagare nella notte per l’eternità, spiando la vita dei mortali che nei secoli addietro era appartenuta anche a loro.

Io ho acquistato questa versione, comoda, flessibile e non troppo voluminosa. E con un’immagine di copertina che mi piace molto.

Anche voi avete letto Il Ladro di Corpi? Vi è piaciuto?

Chiamami col tuo nome

Credo non ci sia bisogno di approfondire molto la trama del penultimo film di Luca Guadagnino, visto il successo riscosso sia in Italia che all’Estero, ma farò comunque un veloce riassunto per i più distratti.

La trama, in breve

Siamo “da qualche parte, nel nord Italia“, nel pieno dell’estate del 1983. Elio Perlman (Timothée Chalamet) è un musicista diciassettenne in vacanza con la famiglia in una villa padronale immersa nelle campagne della Pianura Padana e trascorre le sue giornate trascrivendo musica classica, leggendo e flirtando con l’amica Marzia (Esther Garrel). La calma dell’estate viene interrotta con l’arrivo di Oliver (Armie Hammer), studente ventiquattrenne impegnato nella stesura della tesi post dottorato, che i Perlman ospitano come fanno ogni anno con altri allievi. L’incontro tra i due ragazzi sarà l’inizio di un’esperienza che stravolgerà la vita di entrambi, ma soprattutto quella di Elio, portandolo alla scoperta dell’amore attraverso lunghe passeggiate, nuotate e discussioni che sfoceranno in momenti di passione e desiderio travolgente.

ChiamamiColTuoNome

Fonte: Rollingstones.com

Il mio parere personale

Ve lo dico fin da subito: questa non sarà una recensione nel senso stretto del termine, perché su questo film non so e non posso essere obiettivo, soprattutto perché è stato girato a casa mia. Crema, Pandino, Moscazzano sono paesi che frequento da fin quando ero un ragazzino. Infatti sono nato e cresciuto in questi paesi di campagna a quaranta chilometri da qualsiasi grande città che li circonda. Qui l’estate è tutt’ora come la si vede nel film: lenta, con i campanili delle chiese che suonano i rintocchi di tutte le ore (e a volte anche le mezze!),

dove il sole picchia come un martello sulla testa della gente

-Voce narrante di Don Camillo (1952)-

dove ci sono i campi, i fossi e l’acqua sorgiva dei fontanili, gli stessi dove Elio e Oliver vanno a fare il bagno “nel fiume”. E quando dico gli stessi intendo dire che sono proprio quelli dove andavo anche io, in bicicletta o in motorino, a fare il bagno nelle estati cocenti e umide. La stagione calda è afosa, nei bar ci sono gli anziani che giocano a carte, urlando per un carico di briscola sbagliato e le donne fanno i tortelli cremaschi (qualcuna li fa ancora in casa, secondo una ricetta che cambia da paese a paese).

I film girati nel territorio cremasco li si contano davvero sulla punta delle dita di una mano: Gli sbandati (1955) di Citto Maselli, Oh, Serafina! (1976) di Alberto Lattuada, Occhio alla perestrojka (1990) di Castellano&Pipolo, Il primo giorno d’inverno (2008) di Mirko Locatelli e, appunto, Chiamami col tuo nome (2017) di Luca Guadagnino.

Quindi potete capire che non vivo in un territorio abituato ad essere il set di un film, soprattutto quando questo riscuote successo in tutto il mondo e viene premiato persino con un Oscar (a James Ivory, per la Miglior Sceneggiatura non originale). In questi giorni ci sono i turisti stranieri che girano per le strade di Crema con la loro macchina fotografica al collo, vanno a Moscazzano a vedere Villa Albergoni -chiusa al pubblico in quanto proprietà privata- oppure a Pandino a fare colazione al bar Il Cantuccio, solo perché lo si è visto in una delle scene del film.

 

Da appassionato e amante di Cinema, tutta questa attenzione non può che farmi molto piacere, perché il Cremasco è terra nella quale il Cinema non viene considerato come una possibilità di lavoro ma solo come uno svago, un passatempo di un paio d’ore ogni tanto. Ora sembra che le coscienze si siano risvegliate e vedano questa strana Settima Arte come un’opportunità.

Guadagnino, dal canto suo, ha girato proprio a Crema -dove risiede- per ottimizzare i costi e i tempi di lavorazione: 34 giorni di riprese effettuate in ordine cronologico in una delle estati più piovose che si ricordino negli ultimi anni. Ma la scelta di spostare l’ambientazione da Bordighera a Crema forse non è casuale:

Crema è un posto dove l’estate, in particolar modo, sembra che non passi mai. Mi piace tutta l’acqua che c’è in giro per la campagna, i canali, queste pozze d’acqua.

-Luca Guadagnino-

E, a proposito del successo inaspettato del film:

E’ un film che è stato proprio abbracciato in una maniera molto vigorosa dal Cinema americano. Penso che per loro abbia funzionato come racconto di emapatia, di compassione, specialmente dopo l’elezione di Donald Trump, che è diventata un realismo della rabbia, e questo film invece ne è così privo.

-Luca Guadagnino-

Cosa potrei aggiungere di più, a quanto già detto? Forse solo una cosa: per chi sogna di fare questo mestiere, il mestiere del Cinema, esserne sfiorati in questo modo è una specie di Magia. Perché quello che tu vorresti fare, il tuo Sogno, ti è passato accanto e ti ha appoggiato una mano sulla spalla per poi proseguire lungo la sua strada e, anche se non l’hai visto chiaramente, sai che quella carezza era la sua.

Voi, che sarete di certo più imparziali di me, avete visto Chiamami col tuo nome? Cosa ne pensate?

 

Re Pomodoro

RePomodoro

Re Pomodoro

Un modo per iniziare bene un articolo sul Cibo? Ce l’ho!

Il frutto dell’estate (già, perché è un frutto a tutti gli effetti, secondo la definizione botanica), importato in Europa dalle Americhe dal “buon” Hernàn Cortés nel 1540, è quello che secondo me rappresenta al meglio questa stagione.

Ma vi siete mai chiesti perché questo frutto rosso come sangue (e non bianco come il latte!) si chiama Pomodoro?

Il motivo è più semplice di quello che si potrebbe immaginare. Infatti il pomo d’oro, originariamente non era rosso ma giallognolo, oltre che dalle dimensioni più ridotte rispetto ai pomodori attuali e la denominazione, risalente al 1544, è a opera dell’umanista e medico Pietro Andrea Mattioli che lo definì mala aurea, tradotto poi letteralmente in italiano in Pomodoro.

E voi avete un frutto che vi rappresenta l’estate?