Ladyhawke

Dopo un Ferragosto in cui mi sono dedicato a guardare qualche film, eccomi a raccontarvi di questa pellicola del 1985 (annata straordinaria per tutti quelli della mia età!).

La trama, in breve

Francia, XIII secolo. Philippe Gaston (Matthew Broderick), soprannominato “il topo”, riesce ad evadere dalle prigioni del castello del Vescovo di Aguillon (John Wood) ma non passa molto tempo che i cavalieri del signore lo ritrovano per riportarlo in città ed impiccarlo. In suo aiuto interviene Etienne Navarre (Rutger Hauer), un cavaliere che viaggia in sella ad uno stallone nero e che ha un falco come compagno di viaggio. Durante la fuga dai cavalieri, Navarre carica il ragazzo sul cavallo e fuggono: lo stesso Navarre, ex capitano del corpo di guardia della città di Aguillon, è ricercato dal Vescovo. Insieme, i due si rifugiano nei boschi circostanti, sempre con il falco al seguito. Di notte, Navarre sparisce e compare una bellissima ragazza: Isabeau d’Anjou (Michelle Pfeiffer). Col passare dei giorni Philippe scopre che Navarre e Isabeau sono innamorati e che una terribile maledizione lanciata dal Vescovo di Aguillon li tiene separati: lui di notte si trasforma in un lupo mentre lei di giorno in un falco.

Sempre insieme, eternamente divisi. Finché il sole sorgerà e tramonterà. Finché ci saranno il giorno e la notte.

-Philippe Gaston-

Il mio parere personale

Uno dei miei “film della vita”.

Anzitutto è dell’85, quindi abbiamo la stessa età. Inoltre è una di quelle storie che potrebbero davvero derivare dalle novelle medievali (o di poco successive) che, tramandandosi nel tempo, diventano leggende. L’amore cercato e contrastato in una maniera che pare senza soluzione, è forse uno dei punti di forza di questo film, unito al personaggio di Navarre che, personalmente, ho sempre adorato. Credo sia uno dei personaggi più buoni e nobili che siano stati scritti per il Cinema: integerrimo, follemente innamorato e capace di perdonare (vedi con il frate Imperius, colpevole di averlo tradito).

Rutger Hauer è Etienne Navarre

Rutger Hauer è Etienne Navarre

Bellissima come non mai l’Isabeau d’Anjou interpretata da Michelle Pfeiffer, eterea e dagli occhi grandi, dolce e delicata nei gesti e nelle parole, che si affida alle cure di Philippe, il quale fa da portavoce tra i due innamorati, arricchendo qua e là di dettagli i momenti passati con l’uno o l’altra. La rappresentazione che ne da il film ricorda molto il modello della Donna Angelicata cara agli Stilnovisti di Dante e mi piace pensare che la cosa sia voluta, essendo il film ambientato nello stesso periodo storico.

Michelle Pfeiffer è Isabeau d'Anjou

Michelle Pfeiffer è Isabeau d’Anjou

Non ultimo, il personaggio di Philippe Gaston detto “il topo” per la sua abilità a svignarsela dalle situazioni più difficili, carcere compreso. Sarebbe dovuto essere il ruolo consacratorio per Matthew Broderick, reduce dal successo di Wargames, ma nonostante l’ottimo successo del film e due candidature agli Oscar (per il Miglior sonoro e Miglior montaggio sonoro) la sua carriera stenterà a decollare. Dal punto di vista  della sceneggiatura, però, ci si accorge che il protagonista di questo film in realtà è proprio Philippe, in quanto il personaggio cambia con l’evolversi della storia: da bugiardo egoista che pensa solo a scappare e a mettersi in salvo a messaggero sincero d’amore che partecipa al tormento dei due amanti, rischiando la propria vita per aiutarli.

Matthew Broderick è Philippe Gaston

Matthew Broderick è Philippe Gaston

Nonostante risenta un po’ della recitazione (e della regia) tipica degli anni Ottanta, il film di Richard Donner (la quadrilogia di Arma Letale, I Goonies, Superman, per citarne alcuni della sua filmografia) rimane uno dei migliori del regista e uno dei più emozionanti sfornati da quel decennio, complice anche l’ambientazione totalmente italiana della storia. Infatti, nella versione originale, la storia è ambientata in Italia, nei dintorni de L’Aquila (che è diventata per l’occasione Aguillon), ma in fase di doppiaggio si decise di dargli un’ambientazione francese, il che non influisce sulla bellezza del film.

I borghi medievali e i castelli che fanno da sfondo al film sono: Castell’Arquato (in provincia di Piacenza), Torrechiara (Parma), Vernasca (frazione di Vigoleno, Piacenza), Rocca Calascio e Castel Del Monte (in provincia de L’Aquila), mentre la chiesa nella quale si svolge il finale è quella di San Pietro a Tuscania, ricostruita però a Cinecittà.

Per concludere, un borgo non lontano da me: Soncino, in provincia di Cremona. Il castello sforzesco, utilizzato diverse volte per il cinema e la televisione, in questo caso è l’ingresso della città di Aguillon.

Soncino

Il castello di Soncino – Fonte: TripAdvisor

LadyHawke è un film che è invecchiato bene, mantenendo il suo fascino e la sua carica emotiva, godibile e romantico ma non sdolcinato, con una magnifica scena finale.

Se non l’avete ancora visto fatelo, ve lo consiglio col cuore! E poi, ditemi cosa ne pensate…

 

Il Ladro di Corpi

La copertina del libro

La ragione mi disse che era troppo presto per pensare a qualsiasi raggiro. Inoltre, non avevo mai nutrito grande interesse per la vendetta. La vendetta è la preoccupazione di coloro che a un certo punto si ritrovano sconfitti. E io non sono sconfitto. Per niente. La vittoria è molto più interessante da contemplare della vendetta.

Anne Rice – Il Ladro di Corpi

Quando si parla del ciclo di romanzi de Le cronache dei Vampiri scritti da Anne Rice, si parla in verità di uno solo di loro: Lestat de Lioncourt.

Protagonista assoluto di questo quarto romanzo della serie, narra in prima persona tutto ciò che accade, dall’incontro con il Ladro di Corpi Raglan James fino all’inaspettato epilogo.

La trama, in breve

È la solitudine la «maledizione» che si è impadronita di Lestat, bello, malinconico e crudele principe del cupo universo dei vampiri. Sulla dolorosa onda di quella solitudine, Lestat ha accarezzato un bruciante desiderio: rinascere come mortale, liberarsi della sua condizione di non morto e tornare a essere vivo… C’è qualcuno che può soddisfare quel desiderio: l’ammaliante Raglan James, il Ladro di Corpi, che da tempo insegue Lestat e che, a sua volta, ambisce a diventare vampiro. A nulla varrà l’avvertimento di David Talbot, l’unico amico «umano» di Lestat, e di altre creature della notte. Il patto sarà stipulato e avrà conseguenze oscure e maligne…

Dalla quarta di copertina

Il mio parere personale

Presente in ogni libro del ciclo iniziato nel 1976 con Intervista col Vampiro, Lestat è il Principe delle Tenebre che si muove attraverso i secoli e lungo i dodici romanzi della serie, seminando morte e prosciugando il sangue delle sue vittime, non senza rancori e rimorsi.

In questo capitolo si trova ad aver a che fare con Raglan James, il Ladro di Corpi, che lo convince ad effettuare uno scambio: un corpo umano il suo corpo di vampiro. Ovviamente Lestat non se lo fa ripetere due volte e accetta, ma non tutto va come vorrebbe e come si aspetta che andasse. James non è uno stinco di santo e lui si trova intrappolato in un corpo che non ha i poteri di vampiro a cui è abituato e presenta tutti gli impedimenti che un corpo umano può avere e che ha dimenticato (Lestat infatti è un vampiro da circa duecento anni!).

Contrariamente al Dracula di Bram Stoker, i vampiri di Anne Rice vivono la loro condizione di non-morti come una dannazione, pieni di crucci che li rendono più umani di certi uomini. Lestat, nonostante tenti più volte di nasconderlo e di apparire più malvagio di quanto in realtà non sia, non è diverso dagli altri e il suo precipitoso accettare lo scambio di corpi è sintomo del desiderio bruciante di tornare umano.

Dolente da vampiro e da umano, spesso assalito dai dubbi sulla bontà delle proprie azioni, Lestat si muove lungo le 479 pagine dell’edizione TEA – Longanesi del romanzo alla ricerca di una risposta alla domanda che prima di lui aveva tormentato il suo compagno Louis de Pointe du Lac: ho meritato di essere quello che sono?

Un romanzo che scorre bene, anche nelle discussioni teologiche su Dio e Satana (poche, in verità), che ammalia, incuriosisce e in alcuni punti fa riflettere sul senso di quelli che sono per noi i gesti quotidiani che non ci accorgiamo nemmeno di compiere, oltre che sulle relazioni tra le persone che spesso vengono date per scontate e che non sono prive di delusioni cocenti.

Nel suo imparare ad essere (ancora) umano, Lestat sbaglia, cade e si rialza ogni volta più forte di prima, animato dalla consapevolezza che la sua natura ormai è quella di essere un figlio della notte che non ha più nulla a che vedere con la luce del giorno: lo scambio è per lui decisivo per renderlo consapevole di questa situazione. Al suo fianco c’è lo studioso David Talbot, l’unico amico umano che Lestat si è fatto nel corso degli anni.

Leggendo il libro ci si accorge di quanto amore abbia Anne Rice per i vampiri che ha creato, quanto li capisca e quanta compassione provi per loro, costretti a vagare nella notte per l’eternità, spiando la vita dei mortali che nei secoli addietro era appartenuta anche a loro.

Io ho acquistato questa versione, comoda, flessibile e non troppo voluminosa. E con un’immagine di copertina che mi piace molto.

Anche voi avete letto Il Ladro di Corpi? Vi è piaciuto?

Chiamami col tuo nome

Credo non ci sia bisogno di approfondire molto la trama del penultimo film di Luca Guadagnino, visto il successo riscosso sia in Italia che all’Estero, ma farò comunque un veloce riassunto per i più distratti.

La trama, in breve

Siamo “da qualche parte, nel nord Italia“, nel pieno dell’estate del 1983. Elio Perlman (Timothée Chalamet) è un musicista diciassettenne in vacanza con la famiglia in una villa padronale immersa nelle campagne della Pianura Padana e trascorre le sue giornate trascrivendo musica classica, leggendo e flirtando con l’amica Marzia (Esther Garrel). La calma dell’estate viene interrotta con l’arrivo di Oliver (Armie Hammer), studente ventiquattrenne impegnato nella stesura della tesi post dottorato, che i Perlman ospitano come fanno ogni anno con altri allievi. L’incontro tra i due ragazzi sarà l’inizio di un’esperienza che stravolgerà la vita di entrambi, ma soprattutto quella di Elio, portandolo alla scoperta dell’amore attraverso lunghe passeggiate, nuotate e discussioni che sfoceranno in momenti di passione e desiderio travolgente.

ChiamamiColTuoNome

Fonte: Rollingstones.com

Il mio parere personale

Ve lo dico fin da subito: questa non sarà una recensione nel senso stretto del termine, perché su questo film non so e non posso essere obiettivo, soprattutto perché è stato girato a casa mia. Crema, Pandino, Moscazzano sono paesi che frequento da fin quando ero un ragazzino. Infatti sono nato e cresciuto in questi paesi di campagna a quaranta chilometri da qualsiasi grande città che li circonda. Qui l’estate è tutt’ora come la si vede nel film: lenta, con i campanili delle chiese che suonano i rintocchi di tutte le ore (e a volte anche le mezze!),

dove il sole picchia come un martello sulla testa della gente

-Voce narrante di Don Camillo (1952)-

dove ci sono i campi, i fossi e l’acqua sorgiva dei fontanili, gli stessi dove Elio e Oliver vanno a fare il bagno “nel fiume”. E quando dico gli stessi intendo dire che sono proprio quelli dove andavo anche io, in bicicletta o in motorino, a fare il bagno nelle estati cocenti e umide. La stagione calda è afosa, nei bar ci sono gli anziani che giocano a carte, urlando per un carico di briscola sbagliato e le donne fanno i tortelli cremaschi (qualcuna li fa ancora in casa, secondo una ricetta che cambia da paese a paese).

I film girati nel territorio cremasco li si contano davvero sulla punta delle dita di una mano: Gli sbandati (1955) di Citto Maselli, Oh, Serafina! (1976) di Alberto Lattuada, Occhio alla perestrojka (1990) di Castellano&Pipolo, Il primo giorno d’inverno (2008) di Mirko Locatelli e, appunto, Chiamami col tuo nome (2017) di Luca Guadagnino.

Quindi potete capire che non vivo in un territorio abituato ad essere il set di un film, soprattutto quando questo riscuote successo in tutto il mondo e viene premiato persino con un Oscar (a James Ivory, per la Miglior Sceneggiatura non originale). In questi giorni ci sono i turisti stranieri che girano per le strade di Crema con la loro macchina fotografica al collo, vanno a Moscazzano a vedere Villa Albergoni -chiusa al pubblico in quanto proprietà privata- oppure a Pandino a fare colazione al bar Il Cantuccio, solo perché lo si è visto in una delle scene del film.

 

Da appassionato e amante di Cinema, tutta questa attenzione non può che farmi molto piacere, perché il Cremasco è terra nella quale il Cinema non viene considerato come una possibilità di lavoro ma solo come uno svago, un passatempo di un paio d’ore ogni tanto. Ora sembra che le coscienze si siano risvegliate e vedano questa strana Settima Arte come un’opportunità.

Guadagnino, dal canto suo, ha girato proprio a Crema -dove risiede- per ottimizzare i costi e i tempi di lavorazione: 34 giorni di riprese effettuate in ordine cronologico in una delle estati più piovose che si ricordino negli ultimi anni. Ma la scelta di spostare l’ambientazione da Bordighera a Crema forse non è casuale:

Crema è un posto dove l’estate, in particolar modo, sembra che non passi mai. Mi piace tutta l’acqua che c’è in giro per la campagna, i canali, queste pozze d’acqua.

-Luca Guadagnino-

E, a proposito del successo inaspettato del film:

E’ un film che è stato proprio abbracciato in una maniera molto vigorosa dal Cinema americano. Penso che per loro abbia funzionato come racconto di emapatia, di compassione, specialmente dopo l’elezione di Donald Trump, che è diventata un realismo della rabbia, e questo film invece ne è così privo.

-Luca Guadagnino-

Cosa potrei aggiungere di più, a quanto già detto? Forse solo una cosa: per chi sogna di fare questo mestiere, il mestiere del Cinema, esserne sfiorati in questo modo è una specie di Magia. Perché quello che tu vorresti fare, il tuo Sogno, ti è passato accanto e ti ha appoggiato una mano sulla spalla per poi proseguire lungo la sua strada e, anche se non l’hai visto chiaramente, sai che quella carezza era la sua.

Voi, che sarete di certo più imparziali di me, avete visto Chiamami col tuo nome? Cosa ne pensate?

 

Re Pomodoro

RePomodoro

Re Pomodoro

Un modo per iniziare bene un articolo sul Cibo? Ce l’ho!

Il frutto dell’estate (già, perché è un frutto a tutti gli effetti, secondo la definizione botanica), importato in Europa dalle Americhe dal “buon” Hernàn Cortés nel 1540, è quello che secondo me rappresenta al meglio questa stagione.

Ma vi siete mai chiesti perché questo frutto rosso come sangue (e non bianco come il latte!) si chiama Pomodoro?

Il motivo è più semplice di quello che si potrebbe immaginare. Infatti il pomo d’oro, originariamente non era rosso ma giallognolo, oltre che dalle dimensioni più ridotte rispetto ai pomodori attuali e la denominazione, risalente al 1544, è a opera dell’umanista e medico Pietro Andrea Mattioli che lo definì mala aurea, tradotto poi letteralmente in italiano in Pomodoro.

E voi avete un frutto che vi rappresenta l’estate?

 

L’inizio del Viaggio

Questo è il primo articolo.

In quanto tale ha una grande responsabilità, soprattutto perché è quello che verrà sorpassato dagli altri che lo seguiranno, ma ha il compito di raccontare (brevemente eh!) cosa voglio fare in questo blog.

Parlare di Cinema, anzitutto. Il Cinema da spettatore, ma anche da chi vorrebbe farlo, lavorandoci.

Parlare di Libri, altra mia grande passione (che se spesso manca il tempo materiale per poter leggere), con qualche consiglio per la lettura.

Parlare di Arte, condividendo qualche opera che amo, con relative info sull’Autore e l’Opera stessa.

Parlare di Luoghi, quelli in cui vivo e quelli che visito, perché in ognuno dei nostri paesi c’è qualche perla nascosta che merita di essere portata a conoscenza di tutti.

Parlare di Cibo, perché è parte della nostra vita -soprattutto perché siamo in Italia, la patria del mangiar bene- e in ogni luogo c’è qualcosa di buono da gustare. E poi una cronistoria dei ristoranti in cui si mangia bene non fa male!

Quindi che si fa? Ovvio, si parte!

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